PLINIO IL GIOVANE T7, Epistola V 19, Umanità di Plinio verso gli schiavi

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Plinio chiede a un amico di ospitare nelle sue terre nella Gallia Narbonese un suo liberto gravemente ammalato di tisi. Il suo atteggiamento contrasta con quello altrettanto noto di Catone ("De agri cultura" 2, 7), che consigliava la vendita dello schiavo malato come di un attrezzo non più utile. Di fatto, la condizione servile non era cambiata rispetto a quella dei tempi di Catone, soprattutto per gli schiavi che lavoravano nei latifondi e nelle miniere; tuttavia, almeno gli schiavi addetti ai servizi domestici, vivendo a diretto contatto con il padrone, potevano a volte beneficiare della sua umanità. La posizione di Plinio va probabilmente situata all’interno di una nuova umanità che la società imperiale andava scoprendo sulla scorta dello stoicismo. Questa apertura verso schiavi e subalterni è documentata anche dall’epistola 47 di Seneca e si colloca lungo la strada che nell’età degli Antonini avrebbe portato ad adottare misure di tutela dello schiavo.

Caro [Valerio] Paolino1,

1. vedo con quanta bontà tratti la tua gente; perciò posso più francamente confidarti con quanta indulgenza io tratti la mia. 2. Ho sempre in cuore quel detto di Omero «era amorevole come un padre»2 e il nostro pater familiae3. Del resto anche se avessi una natura più rude e meno sensibile, mi impietosirebbe ugualmente la malattia del mio liberto4 Zosimo, che tanto più merita delle prove di bontà, ora che ne ha maggior bisogno. 3. È un uomo onesto, cortese, colto; il suo talento e quasi la sua qualifica è quella di attore5, in cui riesce assai bene. Giacché ha una dizione vigorosa, studiata, ben curata e perfino elegante; suona anche la cetra con abilità, più di quanto occorra a un attore. Al tempo stesso legge con tanta abilità orazioni, storie, poesie, da sembrare non abbia imparato che questo. (es. 1)  4. Ti ho esposto tutto ciò nei particolari perché tu sappia quanti e quanto cari servizi mi rendeva da solo. Aggiungi l’affetto che gli porto ormai da tempo, che è stato accresciuto dai pericoli stessi che egli ha corso. 5. Così vuole infatti natura, che nulla più inciti in noi l’affetto e infiammi che la paura di perderne l’oggetto; e questa io l’ho provata più volte per lui. 6. Già alcuni anni fa, mentre recitava ad alta voce e con passione, sputò sangue e per questo lo mandai in Egitto6 e ne è tornato recentemente, dopo un lungo viaggio, rimesso in forze; ma poi, avendo per alcuni giorni di seguito forzata la voce, una tossetta venne a ricordargli l’antica malattia e di nuovo sputò sangue. (es. 2) 7. Per questa ragione ho deciso di mandarlo nelle terre che tu possiedi a Fréjus7. Ti ho udito spesso raccontare che colà l’aria è salubre e v’è un latte che è proprio adatto a questo genere di cura. 8. Ti prego pertanto di scrivere alla tua gente che gli mettano a disposizione la proprietà e la casa, che provvedano anche alle sue spese, se sarà necessario; del resto di poco bisognerà. 9. Egli è infatti così parco e di facile accontentatura da rifiutare, con la sua parsimonia, non solo il superfluo, ma anche ciò che è richiesto dalla malattia. Io gli darò quando partirà soltanto il denaro necessario per arrivare fino alle tue terre. Addio. (es. 3)

(Trad. di L. Rusca)

Note

  1. Amico di Plinio e figlio di un procuratore della Gallia Narbonese, dove aveva i possedimenti di cui fa cenno il par. 7.
  2. Parole appartenenti all’elogio di Odisseo in “Odissea” II 47.
  3. L’espressione gioca sul doppio senso del termine “familia”, che indica sia i «figli» sia gli «schiavi», e pertanto va intesa come «padre degli schiavi».
  4. Il liberto era lo schiavo affrancato, cioè reso libero dal padrone.
  5. Il termine latino corrispondente è “comoedus” e indica colui che durante i banchetti e occasioni affini declamava a memoria, con voce e gesti studiati e talora con accompagnamento della cetra.
  6. Per la mitezza del clima, l’Egitto era considerato un luogo di soggiorno terapeutico per chi aveva malattie polmonari, che traevano vantaggio dallo iodio marino anche durante il viaggio per mare.
  7. Località della Gallia Narbonese, provincia romana.

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